Alla Ricerca del Talento Nascosto

Al Rondò dei Talenti, tutto suggerisce un’aperta o sottesa ricerca delle predisposizioni naturali. C’è qualcosa di magico in questo, e se Miss Peregrine fosse qui, sarebbe senz’altro d’accordo con me.

Come diceva Lucio Dalla, un anno è appena finito e un altro passerà, io mi sto preparando, ma non è una novità. Mi sto preparando ad un nuovo anno al Rondò dei Talenti di Cuneo, dove spero di poter trascorrere più tempo possibile, il più a lungo possibile. Questi ultimi mesi sono stati davvero interessanti e, benché non ne abbia parlato fino ad ora, credo sia giunto il momento di condividere con voi questa bellissima esperienza.

Prima di tutto, il Rondò dei Talenti di Cuneo è un Non Luogo, nel senso che, pur collocato nel pieno centro della città e profondamente radicato nella vita cittadina – in quanto di proprietà della Fondazione della Cassa di Risparmio di Cuneo – l’edificio è concettualmente proprietà dell’universo intero. Concettualmente, dico, perché se lo metti su un tappeto volante e lo fai viaggiare nel mondo, tutti ne vorranno un po’, almeno per un po’.

Il Rondò è stato inaugurato nel luglio del 2022 e da allora ha ospitato migliaia di persone. Bambini, studenti, nonni e studiosi, ricercatori, relatori e organizzatori di eventi, incontri, presentazioni e conferenze, distribuiti su quattro piani dedicati, in modo diverso e originale, alla valorizzazione dei talenti individuali. C’è stato un tempo in cui ho pensato al Rondò come ad una stazione, immaginando questo flusso di visitatori di passaggio come viaggiatori che vi trovano la pace di un momento, che può durare anche ore, mentre arrivano o vanno da qualche altra parte. Ma ora ho capito che non è così.

Chi frequenta questo luogo non è di passaggio. Da qualunque parte provenga, è diretto qui.

Il Rondò è un prolungamento del suo corridoio scolastico, della cameretta di casa, del locale in cui si trova con gli amici, del suo ufficio. Questa è la sintesi di un microcosmo che tanto sarebbe piaciuto a Le Corbusier, architetto che vedeva lo spazio dell’abitare strettamente connesso allo spazio del vivere, del condividere e del crescere insieme, in un’ottica di housing sociale dove ogni ricchezza individuale diventa fonte di arricchimento collettivo.

Le sale del pianterreno sono sempre piene di studenti. Si prendono il posto al tavolo e poi si fanno raggiungere dalla fidanzata, dagli amici, dai genitori. Nell’arco dell’intera giornata diventano fulcro attorno al quale fanno girare il loro mondo. Ci sono nonni e nonne che hanno preso l’abitudine di entrare, prendersi il caffè al distributore e si fermano il tempo di leggere un quotidiano. Poi ci sono sempre curiosi che entrano per chiedere informazioni. Ricordano di quand’era una banca, dov’era il bancomat. Promettono di tornare, di raccontarlo ai figli. Di portare i nipoti. Perché questo posto è per tutti, ma i bambini sono ospiti d’onore.

Sono loro, per esempio, i destinatari dei laboratori che si tengono al sabato e alla domenica pomeriggio al Piano 0, negli Spazi Bianchi. Sono completamente gratuiti e impegnano bambini di ogni età in attività che, nello spirito di giocare e divertirsi insieme, mettono in evidenza predisposizioni naturali, invitano alla riflessione e riportano il tempo dell’infanzia nella socialità e nella condivisione.

Come giocavamo da bambini anche noi, mi verrebbe da dire, da boomer… Ma non è così. Sono pensati per un pubblico che ha familiarità con strumenti tecnologici e facilità a gestirli nella vita di tutti i giorni. Questi bambini sono figli del loro tempo, e qualunque workshop sia organizzato per loro, non può prescindere da questa doppia visione della realtà, digitale e analogica. Ma scongiura il rischio tangibile che in quegli strumenti la loro vita possa cominciare e finire, esclusa da un mondo esterno che è fatto di gioco ma anche di scambio, dialogo, discussione e conflitti.

Dietro a questi laboratori c’è un incastro di professionalità specifiche, dagli educatori, agli arte-terapeuti, psicologi dell’infanzia e anche tecnici del suono, informatici, scenografi teatrali e digitali, videomaker, filosofi, giornalisti e sognatori. Artisti che portano in queste sale musica, pittura, arte, artigianato e cultura, scienza e conoscenza e persino il circo. Quello dei clown, dei giochi d’equilibrio. In questi mesi ho visto la metamorfosi dei bambini in piccoli tipografi, scienziati e pasticceri, disegnatori di piramidi egizie e creatori di stop motion, giocolieri e costruttori di minirobot. Li ho visti cantare, ballare e suonare barattoli di cartone. E incantarsi tra le fiabe raccontate da teatranti. Ascoltare e partecipare attivamente a dibattiti su fake news, sulla pace, sulla filosofia.

Nelle prossime settimane sono stati già programmati altri laboratori dove si rinnova quello stesso spirito di ricerca: viaggi alla scoperta della serigrafia, dei video e della cioccolata, delle stelle e della musica. Ed è solo l’inizio.

Ho conosciuto mamme che portano i loro figli qui regolarmente. Capisco che è un modo per tenerli impegnati, ma non è solo questo: vedono la grande potenzialità di un nutrimento per l’anima, per il cervello. Forse vedono anche quello che vedo io, l’occasione di incrociare il proprio mondo, fatto di modelli di riferimento costanti e inamovibili con altri, variabili ed inconsueti. Un improbabile amalgama di energie lontanissime che qui si fondono e aprono le menti, permettendo all’immaginazione di sfidarsi al rialzo.

Non so se questi bambini saranno toccati da queste attività, se il coinvolgimento cui assisto io è destinato ad esaurirsi, una volta tornati a casa. Se i loro genitori sapranno capitalizzare il tesoro che, come avidi cercatori d’oro, ogni volta che varcano quella soglia, i loro figli vengono a setacciare.

Non lo so ma mi piacerebbe che si. Mi piacerebbe che questi fossero tutti semi che vengono piantati, e che altri smuoveranno il terreno ed altri ancora innaffieranno. Così tante piccole piantine di cultura varia e variopinta cresceranno e, anche se non possiamo sapere quali, è ragionevole pensare che dei frutti e dei fiori ci saranno, che coloreranno e renderanno migliore la loro vita, la famiglia e la società.

È come la pioggia che cade dalla grande nube su tutte le piante, gli alberi, la boscaglia, i cespugli e le erbe medicinali. Ognuna di esse, a seconda della propria specie e natura, riceve per intero la propria dose di umidità e può germogliare e crescere” (Il Sutra del Loto, “la parabola delle erbe medicinali”).

Questo è l’augurio che ho per questi fortunati bambini, il nostro futuro. E per noi che proviamo con piccole e grandi cose a lasciare un segno del nostro passaggio nel mondo, anche attraverso loro.

Buon anno a tutti e tanti tanti tanti cari auguri.

www.rondodeitalenti.it

IL TALENTO DI AVVOLGERE

Babbo Natale cercava assistenti, sembrava interessante. Ma cosa mai avrei potuto fare, io, per Babbo Natale? Comincerò raccontando una storia. Ma che dico storia: una fiaba!

Gentile Babbo Natale,

con la presente mi candido ufficialmente come sua Aiutante Mastra Impacchettatrice, rivendicando un talento raro e prezioso, sviluppato nel tempo con dedizione e studio: quello di impacchettare i regali.

Talento, natura benevola e impeccabile tecnica hanno fatto di me la Perfetta Impacchettatrice.

D’altro canto, cosa avrei potuto fare con 16 dita? La Ricamatrice, mi dissero.

Ma le donne della mia famiglia avevano scritto la Storia dell’Impacchettamento dei Regali, per secoli, e io da loro imparai. E non ci fu più null’altro.

Mia nonna, in gioventù, lavorava in un negozio di giocattoli. Nel Natale del 1730 i suoi pacchi regalo erano talmente rinomati in città, ma talmente rinomati, che venivano dalle Terre del Nord e anche oltre, per acquistare articoli che avrebbero trovato molto più vicino… Ma non impacchettati così bene.

Verso la fine dell’800 si spostò in città, e il sarto Worth la volle nel suo atelier. Si vagheggia che tra un pacchetto e una cappelliera, mia nonna mise lo zampino sulla faccenda delle crinoline.

D’altra parte lei di zampini ne ha abbastanza. 8, per essere precisi.

Quando faceva volteggiare le sue 8 mani sembrava la dea Kalì alle prese con carte, veline e nastri, tulle e nastrini, e sete e fiocchi e nodi d’artista.

Mia mamma da lei imparò, e pur avendo solo 2 mani e 10 dita, si fece onore nelle corti più blasonate d’Europa. Lavorò sempre tra porcellane e argenterie, alla corte del Re Carlo di Praga e nelle cristallerie di Boemia. Dagli inverni di Bratislava alle estati di Marienbad, raccolse l’eredità della fama di nonna: i suoi pacchi muovevano genti da miglia e miglia lontane.

Si narra di contesse austriache, prussiane e addirittura ungheresi e russe che mandavano a impacchettare doni acquistati altrove di nascosto, proprio a lei. Preziosi orologi gioiello di Cartier, originali Uova di Fabergé e spille, parure da sera e tiare d’oro impreziosite con gioielli e ambre, anelli con luminosissimi zaffiri e orecchini d’oro. Un tesoro che attraversava alpi e tundre, paesaggi innevati e laghi gelati, notti nere come la pece e notti così stellate da essere illuminate a giorno. Lo faceva custodito gelosamente in pacchettini deliziosi e scatoline perfette.  

Piccoli scrigni che nascondevano il segreto di amori clandestini, intrighi fuori e dentro i palazzi. Fuori e dentro le corti. Fuori e dentro castelli fatati.

Adoravo osservare mamma destreggiarsi veloce e precisa con carte orientali che drappeggiava e bagnava intorno a basi di cartapesta, per creare inviolabili sculture. Il segreto doveva essere svelato solo dal destinatario, e lei curava questo principio in ogni gesto e con ogni metodo, sperimentando come una scienziata mix alchemici, colle naturali, finiture floreali.

Rubai a lei e all’amata nonna il mestiere ma non solo: ero certamente portata e ne sono divenuta Maestra d’Arte, apprendendo le varie tecniche girando il mondo piena di curiosità e passione, su carovane cariche di broccati, monili, sete e spezie. Preparavo pacchetti già durante il viaggio: proteggevo gli oggetti più fragili con stoffe e canovacci che poi fermavo, intrecciando con le mie abilissime e veloci 16 dita fili d’oro e di canapa grezza.

Sono trascorsi molti anni da allora, eppure ancora ricordo l’incanto di chi mi osservava.

I bimbi spalancavano i loro grandi occhi, e da ogni dove portavano le loro cose perché le preparassi, anche quando il dono era per loro stessi e, talvolta, lo possedessero da tempo.

Fingevano d’avere una fidanzata da conquistare, un amico da consolare, un fanciullo da rendere felice. Fingevano d’avere genitori lontani che non vedevano da tempo.

Raccontavano le loro storie vere e inventate per convincermi a mettere quel cuore dentro.

Quale cuore, lo sai. Il Cuore delle Buone Intenzioni. La mia soft skill. Il mio talento nel talento.

Il pacco regalo porta con sé la magia di dare un nuovo valore e una rinnovata sorpresa, anche quando il contenuto è noto.  Il pacco regalo è un regalo nel regalo.

L’ho imparato bene in Giappone, dove si tramanda da secoli lo tsutsumi, l’arte di avvolgere pacchetti. Avvolgere è una parola più calda e morbida di impacchettare, non crede?

Avvolgere è prendersi cura, con calore

Ecco, caro Babbo Natale, è chiaro quanto io sia preparata per svolgere questo lavoro ovunque e per chiunque. Eppure non riesco a immaginare alcun altro posto al mondo se non la sua Storica Fabbrica dei Doni di Natale.  

Sono certa che porterei nel vostro processo di produzione innovazioni e competenze mai applicate prima.  Conoscono, i suoi aiutanti, la tecnica degli origami per piegare la carta intorno al dono, qualunque forma abbia? Sanno chiudere il pacco con le stoffe, drappeggiandole fino ad annodarle facendo un fiocco così bello che sarà un peccato scioglierlo?

Nodo e dono sono anagramma l’uno dell’altro: non può essere un caso!

Ad ogni buon conto, La ringrazio per l’attenzione che mi ha gentilmente dedicato, e resto a disposizione per qualsiasi chiarimento.

Mi auguro di avere presto sue notizie e, nel frattempo, non mi resta che augurarvi … Buone Feste!

Consuelo Del Fabbro Piccini,

Premiata Ditta di Impacchettatrici Reali Del Fabbro & Co.

Impacchettatrici dal 1680.

Questa non è che una piccola fiaba, stimolata dal concorso lanciato dal Rondò dei Talenti, a Cuneo, in occasione del Natale 2022. Qualche volta basta poco. Basta che qualcuno da qualche parte accenda la fantasia proprio come un cerino illumina l’oscurità, anche solo per qualche secondo.

L’ULTIMA VETRINA DI PRIMAVERA. O LA PRIMA?

Tra gennaio e la primavera trascorre poco tempo ma, dal punto di vista commerciale, è proprio un altro sistema solare. La Vetrina di Primavera è la prima vera vetrina dell’anno, e chi gestisce il Negozio Tradizionale lo sa.

Vetrine Luxury

La primavera porta con sé moltissimi spunti, senza bisogno di inventare. La Pasqua, il floreale, i props e gli espositori colorati nella palette di stagione, e naturalmente i fondali romantici, legati alla personalità del negozio, o alla moda che caratterizza le proposte del momento. Si possono usare soggetti come le sfilate, le mostre, i film e le immagini che rappresentano l’air du temps.

La primavera è anche il momento in cui le potenziali clienti sono in pieno cambio di stagione e hanno voglia di indossare cose nuove, vedersi in una nuova luce.

Questo desiderio va alimentato con cura e senza dimenticare che la vetrina non vende il capo: la vetrina vende il negozio. La vetrina mostra la porta per entrare in un mondo che si deve poter immaginare un po’ Armadio di Alice, un po’ giardino Incantato.

Fondali originali

Chi compra non soddisfa un’esigenza ma un desiderio. Esaudisce un sogno.

Chi pensa le vetrine, il visual merchandiser, è dotato di una naturale potenzialità creativa, competenze tecniche e qualche grande, irrinunciabile qualità: è sensibile e curioso.

Ne parlo con Emanuele Galvagno, un visual merchandiser di nuova generazione che opera in un territorio, la provincia di Cuneo, caratterizzata da deliziosi centri storici  in cui piccola e media impresa sono il cuore dell’economia e anche i piccoli negozi tradizionali sono spesso piacevoli luoghi di incontro tra clienti abituali.

Eppure, proprio in questo contesto, dove tutti si conoscono e ci si potrebbe illudere che non sia necessario avere un’immagine distintiva, l’esigenza di catturare l’attenzione e fermare lo sguardo su di sé diventa invece fondamentale. È necessario se si desidera attirare il cliente nuovo

Emanuele Galvagno

D) Emanuele, tu cosa ne pensi? Quali sono le cose positive e le criticità nel lavorare qui?

R) La criticità più evidente per me, e per chiunque faccia il mio mestiere, è che molti negozianti fanno da soli, pensano che in fondo basti un po’ di gusto estetico, non valutano lo studio che c’è dietro, le tecniche. É evidente perché hanno l’occhio del commerciante e sono concentrati sul prodotto che vogliono vendere, non sulla loro immagine. In città c’è maggiore considerazione. Tuttavia c’è anche più concorrenza. La cosa positiva di lavorare in provincia è che siamo in pochi e gestiamo bene il lavoro che c’è, e probabilmente con una libertà di movimento maggiore perché con i negozi tradizionali non ci sono linee guida da rispettare.

D) Quando ho affrontato la questione in aula mi sono sentita spesso dire che fare belle vetrine è legato al budget. Io mi sono sempre battuta con le unghie e con i denti contro questa idea, perché il costo zero di una vetrina si vede, ma si vede anche la creatività zero. Si può ottenere un bel risultato anche senza svenarsi, fermo restando che il lavoro è lavoro e va pagato.

Stand realizzati da Emanuele Galvagno per la Fiera della meccanizzazione agricola

So che anche tu la pensi così, infatti stai facendo strage di cuori con le tue vetrine e anche con le tue proposte espositive all’interno dei centri estetici.

R) È un periodo in cui mi sto presentando un po’ ovunque, qui in provincia. Il lockdown è stato devastante, ma chi ha voglia di esserci, è anche disposto ad investire e avventurarsi su nuove strade. Sui centri estetici sto facendo un buon lavoro perché devono distinguersi dai concorrenti e capiscono più di ogni altro il concetto di costruzione dell’immagine.

L’aspetto del budget c’è, perché chi non è abituato a pagare per un allestimento deve essere guidato e aiutato a capire quanto e perché è disposto a spendere, prima ancora del come. Fa parte del mio lavoro.

D) Hai qualche trucco o segreto da svelarci per ottenere un effetto wow?

R) Sembrerà un controsenso, ma l’effetto wow per me sta sempre nella semplicità. A volte si creano cose strane e complesse e si perde il valore del prodotto esposto e del negozio. Invece per me ogni negozio ha una sua personalità che deve emergere. Mi piace usare il colore, questo si, mantenendo sempre un profilo minimal.

D) Questo è un lavoro in cui l’attività n.1 è pensare, sviluppare il progetto. Avere idee coerenti, applicabili e poi portarle avanti, creare le condizioni tecniche per realizzarle. Quanto viene capito di questo processo dai tuoi clienti?

R) La mia idea progettuale si deve basare sull’esigenza specifica e sul mood del negozio. Ho sempre dato molta importanza al locale e gli spunti principali li prendo da lì perché il mio scopo è trasmettere quell’immagine. Anche attraverso cose molto diverse, di volta in volta. Ma il risultato deve essere coerente con le caratteristiche dominanti del negozio. I prodotti cambiano, ma l’ambiente no.  Il fuori deve sempre portare dentro. Se poi lo spazio a disposizione è poco e i prodotti da esporre tanti, adotto degli escamotage come creare piccole vetrine in una, in modo da dare ad ogni cosa il suo spazio.

Vetrina realizzata da Emanuele Galvagno per una erboristeria a Savigliano (CN)

D) Restiamo sui clienti, perché spesso il problema di fare questo mestiere, come anche altri legati alla comunicazione creativa, visuale, social, è uscire da quel preconcetto per cui fare un lavoro artistico rende difficile farsi pagare il giusto.    

Questo ha a che fare con il tuo cliente ideale?

R) Come dicevo, il budget conta, ma se dovessi dire qual è il mio cliente ideale risponderei che è proprio quello che sa qual è il suo. Che siano 100,00 o 2.000,00 io posso sempre inventarmi qualcosa. Conta la fiducia che ha in me, contano le mie competenze. Anche con un investimento limitato si possono fare cose molto belle.   

D) Qui si parla della primavera come di una stagione che offre una bellissima possibilità creativa dal punto di vista delle vetrine. Su cosa basi la tua ricerca di spunti originali per le tue proposte?

R) A parte che, come dicevo prima,  il negozio stesso è la mia prima fonte di ispirazione, c’è sicuramente una ricerca sui materiali a cui ho sempre dato grande importanza. Io sono molto manuale, mi piace realizzare personalmente la scenografia. Una volta chiarito il progetto che ho in mente, cerco i materiali giusti per attuarlo.

Palette e vetrine 2022

D) Se tu potessi scegliere, quale sarebbe la tua vetrina ideale?

R) La mia vetrina ideale di un negozio di abbigliamento è rappresentata da un bel fondale e dal capo fondamentale esposto. Tutto il resto deve restare in secondo piano, se è necessario che ci sia. Questo principio minimal si può applicare, in linea generale, a qualunque tipo di articolo. Catalizzare l’attenzione su un prodotto che attira lo sguardo sulla vetrina.

D) So che non ti occupi solo delle vetrine, ma anche di eventi, allestimenti fieristici e di matrimoni. In quale di questi ambienti ti trovi più a tuo agio e riesci ad esprimere il meglio di te stesso?

R) Fare vetrine è una cosa che mi mette in gioco su diversi piani e mi piace molto. Forse è l’attività che preferisco, che sia abbigliamento, pasticceria, erboristeria, gioielleria. Anche gli allestimenti speciali, cerimonie e matrimoni in generale, permettono di creare scenari spettacolari e di gran fascino. Mi piace lavorare con i fiori, elaborare soluzioni immerso nei vivai dove le possibilità di scelta sono davvero infinite.

Lasciamo Emanuele alle sue vetrine di primavera e, se avete bisogno di una mano per le vostre, parliamone. Buona serata!   

Vetrine Floreali

CIRCONDARSI DI BELLEZZA

La bellezza, si dice, è negli occhi di chi guarda. Sarà così, ma noi passeggiamo in musei all’aperto, e qualche volta non ce ne accorgiamo neppure. E’ un’abitudine che dovrebbe educarci. Emozionarci.

Sicuramente, molti produttori di materiali per l’edilizia e la decorazione sono profondamente impegnati a portare quella bellezza negli spazi che abitiamo. Se noi non andiamo all’arte, lasciamo almeno che l’arte venga a noi. Inconsapevolmente, dalla nostra casa alle aziende, agli showroom, agli edifici pubblici, ci muoviamo in ambienti che ci condizionano. Condizionano il nostro umore. Hanno a che fare con la qualità della vita, incidono sui nostri sensi, e in molti casi anche direttamente sulla nostra salute.

La bioarchitettura è sempre più popolare e sono diventati facilmente fruibili materiali naturali, atossici. Le fontane da interno, i giardini d’inverno, le piante, sono anche sistemi di purificazione dell’aria. Il riuso, il recupero. La riqualificazione. L’artigianato. E così via.

Ogni nostra scelta, ormai, può superare l’estetica ed aspirare ad una bellezza più profonda.

Oggi vi parlerò di un progetto che ho conosciuto molto da vicino. Un progetto bellissimo e ambizioso che consisteva nel recuperare una tradizione artigianale antica, e portarla nel presente, unendo tecniche e materiali classici ad altri, innovativi, per ottenere effetti unici. Progetto era, e progetto è rimasto perché una vera produzione non è mai stata avviata. Da qualche parte qualcuno avrà ancora i prototipi, sempre che non li abbia inseriti nell’arredo di casa propria. Avrebbe fatto bene, io lo avrei fatto.

Li chiamammo Pavimenti Creativi e fu un’idea di Giancarlo Dazzi e Mirko Camisa. Fonti di ispirazione furono i parquet decorati, l’uso creativo del marmo nelle ville liberty, i pavimenti delle case signorili del primo ‘900 e certe soluzioni artistiche legate a opere uniche e irripetibili, come il pavimento di rose per Franca Florio, ed espressioni di tradizioni millenarie, come le maioliche.

Sviluppammo il progetto attraverso diverse possibilità:

Il Tavolo del Bosco. Girovagando nelle legnerie, trovammo un tronco, tagliato trasversalmente, di una decina di centimetri di altezza e circa 1 metro di diametro. Era tagliato grossolanamente, quindi non era piano ma aveva gli anelli molto visibili e anche la corteccia era intatta, tranne che in un punto in cui presentava una spaccatura. Si decise di lavorare gli anelli in modo da scavarli esattamente com’erano, e riempirli con la foglia d’oro. Venne livellata la base e Linda, la nostra scultrice, si dedicò a questo tavolo fino al momento in cui avremmo colato la finitura di resina trasparente. La resina avrebbe protetto la lavorazione artistica ma anche il legno stesso: il legno è vivo, si muove e reagisce agli sbalzi di temperatura.

Il Tavolo Blu. Gli scarti dei tronchi assumono forme particolari e qualche volta, invece di tagliarli, dare loro confini regolari, si intravede un’altra possibilità. Una potenzialità creativa. In questo caso Mirko decise di valorizzare quello che sarebbe diventato il Tavolo Blu lasciando quel taglio così com’era. Una forma allungata, una losanga sbocconcellata e con aperture che sarebbero state riempite con resina colorata. Un fiume di resina cristallina nei toni del blu avrebbe ricoperto quel legno su ogni lato ma, dove non c’era il legno, la naturale trasparenza della resina avrebbe permesso di ottenere degli effetti di gran fascino.

Liberty Inspiration nasceva dalle decorazioni dei palazzi dei primi del ‘900 e l’idea era davvero innovativa: la realizzazione avrebbe mantenuto il disegno tradizionale ma sarebbe stato reso con un effetto tridimensionale.

Trattamento tridimensionale: i disegni vengono realizzati in resina. Modellati nello stampo e successivamente scolpiti a mano. Possono essere già colorati in pasta. La lastra di parquet viene quindi scavata per ospitarli e, una volta posizionati all’interno, vengono coperti con la resina liquida trasparente e super brillante. Quando la superficie è perfettamente asciutta, i disegni sembrano galleggiare e se ne sente la rotondità, la tridimensionalità, appunto.

L’innovazione è stata proprio quella di usare la parte migliore della tradizione, che non era solo nel recupero di una certa iconografia artistica, ma anche nei materiali come il legno, che domina in ogni nostro manufatto, e mixarli con le resine. Ci siamo per questo avvalsi di specialisti del parquet artistico, con i quali abbiamo studiato il modo corretto di elaborare e sviluppare il progetto. Abbiamo così ottenuto quell’effetto sorprendente e anche piacevolmente disorientante di scoprire che il pavimento su cui si sta camminando è unico e irripetibile, come un’opera d’arte.

Pavimenti, o tavoli, o…

Questo tipo di trattamento impone l’uso di casseri in cui viene versata la resina liquida che copre completamente la lastra. Così ogni lastra, in realtà, ripropone un disegno tipico dei pavimenti liberty ma può trovare anche altre applicazioni. Abbiamo così realizzato anche tavoli e immaginato boiserie, porte e personalizzazioni di parquet esistenti in cui si sarebbe potuto scavare lo spazio per incastrarla. Ad esempio al termine di una rampa di scale, o nell’ingresso di una casa.

e a proposito di Personalizzazione dei Parquet…

Abbiamo esplorato una strada che renderebbe interessante anche un parquet rovinato. Succede infatti che un pavimento di legno subisca un trauma a causa di un mobile che viene spostato malamente, o perché un oggetto pesante ci casca sopra. Naturalmente c’è la possibilità di intervenire con metodi tradizionali che riportano a nuovo la parte danneggiata, ma si può anche decidere di usare questa occasione per trattare quella zona in modo assolutamente nuovo e creativo.

Ne ha dato prova Mirko, scolpendo il parquet nel punto in cui era danneggiato e creando una scenografia su cui si camminerà si, ma con la leggera inquietudine di chi, attraversando un laghetto, teme che il ghiaccio si spacchi e…

Scenografia lago

THERAPI: TERAPIA DI COPPIA PER AMANTI. DEL BELLO. 

Therapi è esattamente ciò che dice di essere: prima di tutto una terapia per le due ragazze che l’hanno inventata. Quando viviamo la vita che desideriamo e tutti i conti tornano, siamo portate a pensare che sarà così per sempre. Poi succede qualcosa, l’ingranaggio perfetto si inceppa e quel granello di polvere che lo blocca è anche quello che lo fa saltare. Non è detto che questo sia un male di per sé.

QUELLA CHE IL BRUCO CHIAMA FINE DEL MONDO, IL RESTO DEL MONDO CHIAMA FARFALLA.

Così è stato anche per loro: Daniela Tiburtini e Flavia Bruschi , amiche e colleghe che, dall’interno di una realtà strutturata e di altissimo livello, si occupavano con soddisfazione e successo di produzioni d’arte in ambito editoriale.

Un passaggio di proprietà, cambiamenti nel management e nella politica aziendale le costringono ad una riflessione. Dopo tanti anni, decidono di ripartire da zero, dove lo zero è tuttavia rappresentato da decenni nel mondo dell’arte e della bellezza. Un mondo che le appartiene, e che appartiene a loro. 

D) Daniela, un po’ di informazioni su Therapi, chi c’è dietro la start up, come nasce, e perché? 

R) Dietro Therapi ci sono due amiche e colleghe, io e Flavia, che in un momento particolare della loro vita, tra cambiamenti lavorativi e pandemia, hanno cercato una terapia per uscire dall’empasse e ricominciare a stare bene.

Durante il lockdown abbiamo lavorato virtualmente, sviluppando idee e cercando di dare anche una struttura, una concretezza progettuale. Poi finalmente ci siamo anche incontrate, e abbiamo iniziato a realizzare fisicamente le cose.

In fondo funzionava così anche prima, il processo era lo stesso.

La differenza è che Therapi siamo noi. Noi prendiamo le decisioni, portiamo avanti le nostre idee, facciamo le cose che ci piacciono e ce ne prendiamo la responsabilità. Questa determinazione ci ha caricato di energia positiva ed ha funzionato davvero.

I Canovacci Artistici di Therapiduo ti portano a Pranzo da Babette.

D) La scelta di materiali corrisponde ad un’idea precisa di Therapi?

R) Si, volevamo trovare dei supporti di qualità naturali e alternativi, che ci permettessero di esprimere al meglio le nostre scelte artistiche, i nostri concept di stampa che riproducono un’atmosfera vintage. Cotoni, lini e misti lini che, nelle loro diverse versioni, soddisfano questa esigenza. Denominatore comune è la qualità.

D) Come gestite il processo di produzione?

R) C’è una parte progettuale e di test che avviene tutta all’interno del laboratorio di fotolito, storicamente della mia famiglia. Io mi occupo della parte creativa, di elaborazione delle immagini e, con mio fratello, della parte tecnica. Gestire in autonomia questa parte della progettazione ci permette di ottenere il massimo dalla produzione.

Scegliamo immagini che possiamo verificare subito se sono riproducibili oppure no, su quali materiali o no. 

In questo senso si capisce anche meglio l’importanza di ampliare l’archivio delle immagini, quindi la ricerca iconografica.  La sperimentazione precede sempre la produzione e garantisce la qualità del risultato.

Una volta prese le decisioni, a seconda della tiratura che decidiamo, scegliamo anche i fornitori adeguati.

D) E potendo scegliere anche i clienti, quali sarebbero le loro caratteristiche?

R) Questo è il territorio di Flavia, che si occupa di tutta la parte commerciale, oltre che condividere le scelte creative. Ed è un cliente che lei conosce molto bene perché è lo stesso con cui dialogava fino a pochi anni fa: attento alla qualità, all’idea, al mood, e certamente sensibile al bello.

D) A proposito di politiche commerciali, non avete un sito, un e-commerce, e comunicate solo attraverso instagram. Perché?

R) Non abbiamo un sito perché, più che altro, non lo abbiamo ancora. Cioè non vogliamo semplicemente un sito vetrina, e le nostre attuali strategie ci impongono una certa cautela. Stiamo concentrando la comunicazione là dove sappiamo di poterla gestire attraverso le immagini.

L’ e-commerce non è nei nostri programmi per due ragioni fondamentali: ci piace pensare che la cura nella scelta dei materiali e dei soggetti di stampa passi attraverso i 5 sensi, e non vogliamo diventare i competitors dei nostri clienti.   

D) Lo storytelling di Therapi è molto preciso: c’è una passione per l’arte, per la grafica e per la storia che si traduce in un design del quotidiano. È voluto? C’è un’intenzione POP in questa scelta? 

R) Lo storytelling è certamente voluto poichè la nostra storia professionale è legata al mondo editoriale ed artistico. Abbiamo declinato su alcuni oggetti per la casa le nostre passioni per il design e l’arte: questo è POP. Cioè ci piaceva l’idea che chiunque, avendo quel gusto e il piacere di circondarsi di cose belle, può farlo. Potremmo dire che Therapi è Portatore Sano di Concetti d’Arte e Design.  Ancora di più del multiplo d’arte, ancora più accessibile. Anche noi proponiamo la tiratura limitata, ma ci giochiamo. È il messaggio che arriva a chi compra: sa di non essere l’unico ma si sente parte di un’élite che sceglie cultura.

D) ho una domanda collegata alla precedente, e riguarda la vostra presenza a HOMI, dove già lo scorso anno avrete sicuramente riscontrato interesse, clienti ma anche curiosi, professionisti del settore. Vi ha aiutato a farvi un’idea su cosa funziona meglio, e vi ha condizionato?

R) sicuramente ci ha aiutato a capire cosa piace di più e cosa è più vendibile. Non pensiamo ci abbia condizionato ma ci ha consentito di capire meglio cosa interessa i clienti, e questo ci ha stimolato a proporre altri soggetti e prodotti. 

HOMI è stato un successo tale che ci ha colte di sorpresa. Quando abbiamo deciso di partecipare volevamo solo un banco di prova con la realtà del settore. Volevamo annusarlo, vedere come fanno gli altri. Non avremmo mai immaginato di riscuotere tanto interesse e quindi abbiamo dovuto anche operare rapidamente delle scelte per non sovraccaricare il mercato, muovendoci con delle esclusive.

L’ esclusiva ha senso perché è un prodotto con caratteristiche molto particolari: l’arte applicata è proprio una nostra idea, nessuno la fa in questo modo, ma logicamente anche chi chiede l’esclusiva deve mettere in conto un certo tipo di acquisto, nei numeri e nella continuità. Nell’impegno a valorizzare gli oggetti, ad esporli in vetrina raccontandoli.

Questa è una cosa che stiamo scoprendo nel tempo perché, a parte la scelta di non disperdere il potere dell’effetto scenico distribuendo in modo oculato, ci dobbiamo preoccupare anche del post vendita. Non possiamo dare nulla per scontato.

D) Quest’anno tornate a Homi, avete delle novità da proporre? Qual è il concept della vostra presenza di quest’anno? 

R) il concept è lo stesso ma abbiamo molte nuove immagini declinate su vari supporti. Abbiamo ampliato la gamma di prodotti e tessuti e proporremo tovagliette americane, runner di lino e misto lino. Abbiamo anche alcuni nuovi packaging.

D) Se avessi una sfera di cristallo che proietta il futuro di Therapi, cosa ti piacerebbe vederci dentro?

R) la possibilità di continuare a fare ciò che ci piace, con un riscontro di pubblico importante che ci consenta di investire in nuovi progetti.

D) Qual è la creazione di Therapi che meglio rappresenta te, e quale Flavia?

R) per Flavia è il canovaccio vintage, il primo oggetto creato da Therapi con tutto l’entusiasmo possibile. Per me è la Colonna di Piranesi che nasce dalla mia passione per l’arte e le immagini che prendono forme e applicazioni diverse.

D) Volete lasciarci con una frase ad effetto con cui vi piacerebbe essere ricordate?

R) devi fare ciò che ti fa stare bene” (cit. Caparezza)

Troverete Therapiduo a HOMI, Rho Fiera di Milano, dall’11 al 14 marzo 2022 Pad. 9 stand 19.

Seguitele su: https://www.instagram.com/therapiduo

IL NEGOZIO TRADIZIONALE PUÒ ESSERE COMPETITIVO?

I grandi colossi della vendita on line sono sempre più efficienti, veloci ed economici ma del tutto impersonali. I centri commerciali sono non luoghi in cui vendere è più facile che altrove, ma non esprimono solo aspetti positivi, soprattutto dal punto di vista dell’esperienza del consumatore. Per questo il negozio tradizionale può essere competitivo. Vediamo un po’ come.

IL MONDO CAMBIA, E NOI CON LUI.

Il lockdown ha fermato molte attività, e la ripresa non è stata per tutti uguale. Ma alle grandi crisi si dice si possa reagire tirando fuori creatività e quel sano senso della competizione che muove il mercato. Qualcuno lo ha fatto, e si è distinto. Ha reinventato il suo negozio tradizionale senza snaturarlo, portandolo in un mondo che era cambiato.

In generale, questa ripresa è stata in molti casi l’opportunità per rigenerarsi, darsi una nuova veste, nuovi obbiettivi e riconsiderare il proprio approccio alla vendita con il senso della realtà che hanno i consumatori. Il senso della realtà del proprio tempo. Quello che succede qui, e ora, il consumatore lo elegge a suo territorio immediatamente. Impara a camminarci sopra subito. E ci compra.

Perché i consumatori consumano. Consumano in ogni caso. Malgrado la crisi, malgrado le difficoltà, i consumatori sono come l’acqua: trovano sempre il loro corso. Basta parlare con i corrieri che da due anni a questa parte lavorano tutto l’anno come, una volta, si lavorava solo a dicembre.

L'acquisto on line  diventata una consuetudine, ma coinvolge solo il senso della vista. Ce ne sono altri 5 su cui lavorare!
Acquisti on line

IL NEGOZIO TRADIZIONALE CONTRO TUTTI

Anche il più refrattario dei consumatori ha imparato a comprare on line. Anche il più fedele dei consumatori abbandona il suo negozio tradizionale preferito per comprare al minor costo nel parco commerciale.

Ma davvero si può gettare la spugna senza provare a lottare? Senza provare a cambiare mentalità, strategia? Senza provare a diventare più appetibili?

Quando si parla del negozio tradizionale, anche molti di quelli che operano dall’interno dei centri commerciali, la critica più diffusa riguarda il servizio alla clientela: Accoglienza Zero, Cura Zero, Attenzione Zero. Se poi nel servizio alla clientela si include anche la vetrina, che dovrebbe anticipare e attrarre, presentare e mettere in scena, la lancetta del gradimento precipita ancora perché, a fronte di chi investe – e si vede – in un visual merchandising adeguato, ci sono fior fior di negozianti che lo trascurano completamente (e si vede).

Una vetrina emozionale che non dice esplicitamente cosa vende, ma stimola una curiosità tutta legata alle rose per San Valentino.
window shopping

IL NEGOZIO DI LUSSO È UN NEGOZIO TRADIZIONALE

In ambito luxury tutto corrisponde, in genere, a strategie internazionali. Quindi non c’è il proprietario che compie scelte personali su retail design, visual merchandising, window design e anche nella formazione del personale di vendita, che viene considerato il biglietto da visita dell’azienda. Tuttavia sono negozi su strada e fanno scuola, proprio nel senso che da loro si può imparare. Ci si può ispirare. Si potrebbe obiettare che strutturarsi sulla base di questi principi virtuosi ha un costo che il negozio tradizionale non può sostenere, ma non è così.

Anche i negozianti, quando comprano un libro, lo fanno spesso istintivamente, colpiti dalla copertina. Perché questo principio non dovrebbe valere anche per loro? Perché non curano la copertina del loro libro?

Il più delle volte una vetrina di lusso si basa più sulla storia che racconta e su un bel gioco di colori, che sul costo dei singoli elementi di cui si compone.
luxury insegna il gusto

RISPOSTE, SCUSE E SOLUZIONI

La domanda è semplice: come puoi fare la differenza? Per quale ragione un cliente dovrebbe scegliere te e non un altro? Le risposte si distinguono in Scuse e Soluzioni.

La scusa è quella di chi attribuisce ogni responsabilità al mondo che è cambiato, intorno al suo negozio tradizionale in cui si sente un po’ Kevin Costner in Balla con i Lupi, una specie di eroe della Frontiera. Che è un’immagine affascinante, non si nega. Funziona con i clienti di una vita, ma per quanto?

La soluzione è nella ricerca di nuove strade, restando un negozio tradizionale ma comunicando meglio le proprie caratteristiche. Diventando attraenti per nuovi clienti.

Entrare in un negozio fisico coinvolge completamente il cliente in un'esperienza psicosensoriale.
Comprare nel negozio fisico è un’esperienza emozionale

LO STRANO CASO DEL NEGOZIO TRADIZIONALE VINCENTE

Ho un amico che ha un negozio tradizionale nel centro storico ed è molto popolare tra i giovani. Non è solo per le cose che vende e che, infatti, presenta bene, curando le vetrine e anche l’interno, accogliente e funzionale. Claudio non lascia nulla al caso: si va a studiare le statistiche di vendita di tutta la provincia. Conosce bene il suo target, usa opportunamente i social. Studia, frequenta dei corsi. Vuole capire come funzionano certi meccanismi. Misura gli effetti delle sue azioni e si comporta di conseguenza. Durante il lockdown era chiuso come tutti, ma ha proposto servizi che gli permettevano di continuare a lavorare con consegne a casa. Non ha mai interrotto la sua comunicazione social, mantenendo teso il filo con cui, negli anni, ha legato a sé i suoi clienti.

Tutto questo ha un costo, ma mentre molti colleghi lamentavano cali di fatturato, lui no. La differenza l’ha fatta con azioni di comunicazione, con il servizio, intessendo relazioni dirette, mettendosi a fianco del consumatore.

Il fascino del negozio fisico, su una bella strada del centro storico, con una vetrina ben curata e un'accoglienza calorosa ed esperta, è irresistibile.
il fascino dei negozi del centro storico

IL NEGOZIO TRADIZIONALE PUÒ COMPETERE, E VINCERE.

Quando il negozio tradizionale diventa un punto di riferimento per i clienti, può competere con l’on-line anche se i prezzi di vendita sono più elevati. Quando l’ambiente è piacevole, accogliente, pulito, profumato e i prodotti sono in ordine, facilmente riconoscibili nelle taglie e nei colori, può competere con il parco commerciale dove si crea facilmente confusione. Anche se i prezzi di vendita sono più elevati. Perché si coinvolge il cliente in un’esperienza emozionale, immersiva.  

Per un negozio tradizionale è impossibile essere competitivo sul prezzo. Ma può essere competitivo in molti altri modi. Tutto sta a scoprire quali.

Lo shopping non soddisfa il bisogno razionale della cosa che manca, ma un desiderio profondo, emotivo, che deve essere intercettato.
Shopping Window

INDIVIDUI SOCIAL-MENTE PERICOLOSI

Il Manifesto della Comunicazione Consapevole è destinato a chiunque frequenti i social e desideri, per primo, creare relazioni di scambio anche dure ma sempre nell’ottica del rispetto reciproco. Non so se funzioni ma, personalmente, mi sforzo molto in questo. Tutti dovremmo sforzarci molto in questo, e le aziende di più. Per le aziende dovrebbe essere un imperativo. E per esserlo, deve essere una capacità. Una competenza.

Invece è evidente: anche l’azienda che nel contatto in presenza crede, e investe in formazione sul personale, sottovaluta completamente l’effetto deflagrante di una totale inadeguatezza di chi risponde male alle recensioni e ai commenti sui social e sul web.

Più o meno dal marzo del 2020 molte aziende hanno dovuto fare i conti con clienti con cui non parlano. Non comunicano con il sorriso, la voce e la gestualità per convincerli della loro onestà, ne’ con la capacità oratoria per convincerli della qualità dei prodotti. E i clienti si sono abituati a individuare ciò che vogliono su un monitor, comprare senza muoversi di casa. Hanno imparato a capire la taglia, a perdersi nelle descrizioni tecniche e convincersi della scelta migliore leggendo le recensioni. E qui casca l’asino.

Devo darvi una brutta notizia. I clienti sono cattivi: se devono dire del bene, non si scapicollano. Se devono dire male… si.

Quindi, anche stavolta c’è un vademecum.

REGOLA N. 1 è la più importante: la recensione negativa è UN VANTAGGIO. E’ l’occasione che abbiamo per mettere in evidenza le nostre qualità.

Non so se avete mai sentito parlare dei Quattro Accordi Toltechi di Don Miguel Ruiz ma, se non è così, compratelo e tenetelo sempre a portata di mano perché dice grandi verità in pochissimo tempo. Una di queste è che se prendiamo le cose sul personale, non siamo in grado di vedere la realtà com’è. E la realtà è che i nostri prodotti, servizi, modo di lavorare, non piaceranno sempre e comunque. Non ci possiamo arrabbiare ogni volta. Prendete un bel respiro e guardate la parte migliore della storia.

Il Cliente Insoddisfatto non vi conosce, non ce l’ha con voi. Non è il nemico. Dovete prendervi il vantaggio della critica per mettervi in discussione e migliorare, e usare quel palcoscenico per parlare di voi. Non per difendervi. Il Cliente Insoddisfatto non cambierà idea. Nove volte su dieci è perso. Non preoccupatevi di lui ma di chi vi segue.

REGOLA N. 2 EVITARE i botta e risposta. Dovete trasformare la critica in un punto di forza. Spersonalizzare la situazione è fondamentale.

REGOLA N. 3 NON RISPONDETE DI GETTO. Fatelo con calma, a mente fredda e palle ferme, e scrivete la vostra replica su un foglio word a parte, non direttamente sul luogo di pubblicazione. Poi lo rileggete, e lo fate rileggere. Correggete gli errori di testo. Queste risposte sono spesso piene di errori, si capisce che chi scrive sta sragionando. Ha perso la testa e non gli importa ma fa un bruttissimo effetto. E’ evidente che dietro non c’è un professionista.

REGOLA N. 4 NON VI SCUSATE. Proponete la soluzione, l’alternativa. Se il prodotto si è rotto appena arrivato a casa, va visionato dall’ufficio tecnico per capire cosa è successo e, in ogni caso, la sostituzione è immediata. Se il servizio è stato lento, preparare i cibi al momento richiede tempo e dedizione, non è un caso si chiami slow food. Rispondete presentando i vostri servizi, le vostre qualità. Siate sempre consapevoli di essere in pubblico. Non commettete il tragico errore di rispondere al Cliente Insoddisfatto come se fosse il vostro litigioso fratello nel salotto di casa.

REGOLA N. 5 COMUNICHIAMO QUELLO CHE SIAMO. Il più delle volte, il Cliente Insoddisfatto racconta una sua esperienza reale. Va rispettato. E ascoltato. Qualche volta sarà maleducato e sarà faticoso non mandarlo a quel paese. Ma lui non è tenuto a mettersi nei vostri panni. Voi si. Fa parte del vostro lavoro. Se è rimasto deluso, interroghiamoci sul messaggio che abbiamo mandato. Perché lo stesso ristorante raccoglie recensioni dove le portate sono da cucina francese, prezzi da stellati e qualità da osteria e altre in cui le portate sono luculliane, la qualità da stellati e i prezzi da osteria? Qualcosa non ha funzionato nella comunicazione.

Allo stesso modo, abbiamo Clienti Affezionati che ci apprezzano? E Clienti nuovi, Soddisfatti, che ci fanno i complimenti?

REGOLA N. 6: CHIEDIAMO LORO LA RECENSIONE POSITIVA. Trasformiamoli nei nostri alleati, nei nostri testimonials, e avremo vinto noi. Ci sono bar e ristoranti che espongono sui loro tavoli la richiesta esplicita di una recensione su TripAdvisor, su Google e sui social. E’ un messaggio interessante perché si da’ per scontato che il Cliente sarà Soddisfatto, e questo fa sempre un buon effetto. Ma non illudetevi, se il cliente non lo sarà, farà la recensione negativa ugualmente.

E qui si ritorna alla Regola N. 1.

Mi sento comunque di chiudere questo articolo con una mia piccola riflessione personale e ribadire qualche concetto chiave. Il più delle volte lavoriamo al meglio delle nostre possibilità, e non sempre basta. Ci saranno sempre clienti soddisfatti, e altri no. Ringraziamo i primi, impariamo a migliorare dai secondi, ma non dimentichiamo mai di essere educati, gentili, rispettosi. Purtroppo la comunicazione sui social network ha messo in evidenza che moltissime persone ignorano anche le più basilari regole della grammatica e dell’ ortografia della lingua italiana. Non a caso si parla tanto di analfabetismo di ritorno. Parlano come se fossero al bar. Reagiscono come se fossero allo stadio. A distanza d’anni, di querele e denunce alla polizia postale, continuano a comportarsi come se scrivessero su una lavagna con i gessetti colorati, sotto la pioggia.

Non commettiamo lo stesso errore.: noi siamo dei professionisti, loro no.

Se non sappiamo farlo, se il coinvolgimento emotivo ci impedisce di mantenere lucidità ed aplomb, paghiamo qualcuno per farlo. Nel tempo si rivelerà una fonte di guadagno, non una spesa.

Grazie per l’attenzione, e buon lavoro!

PADOVA PARIGI SOLA ANDATA

Il Caffé della Piazzetta di Padova è Parigi in città.

Affaccia su una piazzetta piccola e riservata, a ridosso delle piazze più importanti ma al riparo di quel traffico e di quel movimento destinati a minare la pace e la tranquillità che chi lo frequenta, giustamente, cerca.

Perché Parigi, direte voi. Per i tavolini liberty all’aperto, per il profumo delle brioche del mattino. Per il rito che vi si consuma qui, mentre si legge il giornale e si sorseggia il caffè. Ho letto una recensione di una giovane francese che ama l’Italia e vive a Firenze. Quando è passata di qui ha scritto nel suo blog di aver ritrovato, in questo pain au chocolat, la sua Parigi. Così oggi sono venuta anche io, e mi sono seduta ad un tavolino all’aperto, ed ho letto il giornale, sorseggiato il caffè e trattenuto tra la lingua e il palato la fragranza e il profumo del pain au chocolat. Ho socchiuso gli occhi ed ho pensato di essere a Parigi.

Quel pain au chocolat, per la cronaca, proviene da quella Pasticceria Marisa dove opera Lucca Cantarin, maitre patissier di fama mondiale. Ha vinto il terzo premio alla Coupe du Monde de Patisserie di Lione nel 2013. Per dire: l’anno dopo, con la Nazionale Italiana, hanno vinto il primo.

Non mentirò inutilmente. Non sono capitata qui per caso.

Il Caffé della Piazzetta è un mio punto di riferimento fisso, quando vengo a Padova. E i proprietari Carla e Mauro sono amici miei. Fra i migliori che ho. Ma prima di leggere quella recensione, non ci avevo mai pensato. A Parigi, dico.

Quando vivevo qui, loro non avevano ancora il Caffé ma io già li conoscevo. Così quando Carla ha rilevato il piccolo bar di quartiere, trent’anni fa, io l’ho visto crescere, cambiare. Vent’anni fa è entrato anche Mauro e loro due, insieme, lo hanno trasformato in un contenitore di piccole magie culinarie, grazie alla passione e alla curiosità, alle loro scoperte, ai viaggi che hanno fatto negli anni (veri viaggiatori, Carla e Mauro, di quelli che mangiano per strada ai baracchini in india come nei ristoranti stellati. Una rara e preziosissima fame di gusto e di sapori, di sorprese per il palato). Grazie anche alle collaborazioni che nel tempo si sono avvicendate, con cuochi, nutrizioniste, mastri pasticceri, produttori di eccellenze del territorio ma non solo regionale, perché il concetto di km 0 è limitativo, se le clementine migliori sono in Calabria, i prosciutti migliori in Emilia e così via.

Il km 0 qui è rappresentato dalla ricerca e dalla selezione dei produttori migliori che, ovunque si trovino, meritano la visita, l’incontro diretto. E’ il rapporto di lavoro che si trasforma in conoscenza, in stima reciproca, in condivisione di informazioni e in qualcosa di simile all’amicizia, perché il comune obbiettivo di lavorare in qualità li rende un po’ tutti Davide contro Golia, e restare uniti diventa importantissimo.

Un contenitore, dicevo, che propone non solo cibo ma cultura.

Al Caffé della Piazzetta si organizzano degustazioni a tema e si invitano i produttori a raccontare la loro storia. Una storia spesso ricca di aneddoti e di amore sconfinato per ciò che si fa. Si organizzano incontri durante i quali, ad esempio, il piccolo produttore di cioccolato chiacchera con il pasticcere tre volte campione del mondo e con il viticoltore che suggerisce il giusto vino per accompagnare, valorizzare ed esplodere il valore degli altri. Chiaccherano e si raccontano cose, e si punzecchiano e si divertono, mentre il pubblico degli appassionati si diverte con loro e scopre le piccole grandi storie che danno un senso alle cose che magari, fino al giorno prima, gustavano distrattamente. Buone sì, ma chi l’avrebbe mai detto che!

Un cuoco a domicilio e ghost kitchen spiegava: questo è un Bar Gourmet, qui si serve cibo per l’anima. Non è per tutti.

A me piace pensare che tutti possano scoprire il piacere per il cibo, e lasciarsi sorprendere da un certo gusto, un certo sapore, e capire con la sensibilità del proprio palato che la differenza di costo fra una cosa che ti accompagna in un viaggio come questo è ben poca, rispetto a prodotti più commerciali.

Mi piace pensare che chi intraprende questo viaggio non si dispiaccia dell’eventuale attesa. La differenza tra essere serviti in 5 minuti o in 20 sta nel concedersi il meglio di quanto viene offerto qui. Il tempo è la garanzia che viene preparato tutto al momento. Che ogni piatto viene curato con ingredienti che vengono preservati fino al momento in cui servono, non trattati al mattino e abbandonati in una vetrinetta fino alla sera.

Mi piace pensare anche che chi è approdato al Caffé della Piazzetta, un po’ lo cercava, un po’ scopriva di averlo cercato senza saperlo. Come certe isole che non risultano sulle mappe, sulle carte geografiche, e sono piccole piccole ma è proprio lì che i pirati nascondevano i tesori.

Spero che, se vi capiterà di passare da quelle parti, lo vedrete brillare anche voi. Buon viaggio.

TIME MACHINE

Oggi vi racconterò di un viaggio. Siamo in tema di vacanze, ma questo spero proprio che non vi annoierà. Qualche giorno fa sono andata a fare due passi nel tempo. Era la Milano del 1909. Angelo Rizzoli acquistava una piccola tipografia. Edoardo Sonzogno si ritirava dall’attività e cedeva la casa editrice ai nipoti. Marinetti pubblicava sul quotidiano “Le Figaro” di Parigi il Manifesto del futurismo. Sui cieli di Milano volava il dirigibile F1 Leonardo da Vinci e, il 9 luglio 1909, Costante e Luigia aprivano una cartoleria nel rione San Luigi, lungo il Corso Lodi a Milano.

In quella Milano sono entrata, varcando la soglia della piccola cartoleria-tipografia, nata a ridosso di un’area industriale in espansione, ricca di una clientela diversificata per la quale Bonvini progettava e stampava tutto, dalla carta intestata ai listini prezzi, con l’ausilio di tre macchine: una pedalina di fine Ottocento, una piano cilindrica Imperia e, in seguito, una Heidelberg Stella.

Leila Bonvini, figlia del fondatore, e il marito Luigi Cambieri, hanno eroicamente tenuto in vita quel piccolo mondo descritto con l’inchiostro e il piombo dei caratteri mobili, fino al Luglio 2011. Mentre intorno a loro la città cambiava, divorata dalla fretta e dell’evoluzione tecnologica, Bonvini manteneva intatta l’atmosfera del secolo scorso, quella di una comunicazione fatta attraverso persone che si scrivono, tengono diari, prendono appunti per scrivere libri, incollano foto ad album rilegati a mano e così via. E mentre quelle carte, quei biglietti di invito stampati a rilievo, diventavano vintage, Bonvini resisteva, così com’era, dentro miriadi di piccoli cassetti contenenti caratteri e matrici, nel profumo di inchiostri speciali e nel legnaccio tipico delle botteghe del primo ‘900. Questa è la storia, e sarebbe finita lì, se nel 2014 non vi si fosse imbattuto un gruppo di amici appassionati di grafica, editoria, tipografia e arte. Saranno loro a dare vita a Bonvini1909.

Così si presentano sul sito e io non avrei potuto fare di meglio: “Abbiamo restaurato i locali conservando tutti i mobili e le attrezzature originali, rimesso in attività  le macchine tipografiche e completato le attrezzature.
Qui trovano posto gli oggetti legati a queste passioni: matite e penne, album e taccuini, pennini e inchiostri, libri e timbri. Fratelli Bonvini Milano, bottega di cartoleria e tipografia dal 1909, un luogo storico, restaurato e riportato in attività. Progetta e seleziona oggetti, corsi, eventi sulla tipografia, l’editoria d’arte, la scrittura e il disegno. Ricerca i saperi artigianali e valorizza la memoria con una vocazione contemporanea e internazionale, rivolgendosi  a persone attente alla qualità e al significato delle esperienze. Oggetti di cartoleria, libri tipografici, mostre di artisti legati alla espressione tipografica e calligrafica, eventi, storie di sedie, di ricette e di archivi.

Tutte le loro scelte sono all’insegna della qualità, e anche l’area vendita rispetta l’idea di rendere disponibile il valore culturale di oggetti funzionali, consegnati alla storia da chi le ha usate e rese leggendarie, come le matite BlackWing, predilette da John Steinbeck, Leonard Bernstein, Walt Disney, Duke Ellington e Vladimir Nabokov, e la matita Tombow MONO100, progettata nel 1967 dal designer giapponese Takashi Kono, e diventata subito oggetto di culto tra gli estimatori di matite.

Ho visitato la bottega originale ed anche i locali al piano di sopra, dove un tempo viveva la famiglia Bonvini, trasformati in spazio mostre e workshop, ma anche disponibile a incontri aziendali e corsi. Qui sono esposte opere di Carlo Stanga, Manuele Fior, Cabaret Typographie e Michele Tranquillini, per fare alcuni esempi.

Questo viaggio non finisce qui, devo solo finire di raccontarlo, e invitarvi a farlo anche voi, perché tutti i luoghi magici hanno a che fare con un immaginario collettivo e anche con il proprio, perché un po’ ci portano nella storia, e un po’ anche dentro a noi stessi. E forse è la stessa cosa.

https://www.bonvini1909.com

CERCA L’ERRORE

Era da molto che volevo scrivere un articolo su questo. Rendendomi antipatica. Si lo so. Mi succede spesso. Pensate che svariati anni fa contattai un potenziale cliente che avevo individuato scorrendo le pagine della rivista Interni. Questa azienda realizzava piscine. La persona che rispose mi disse che erano già a posto e io – simpaticamente – feci notare che forse potevamo dare una mano, visto che i loro annunci uscivano con errori nel testo. Vi sorprenderà, ma non mi hanno mai richiamata…

Cioè, tu sei disposto a fare un investimento media di quella portata e mi cadi sull’errore di forma, ortografico o, peggio ancora, grammaticale?

Eppure potrei scrivere un libro, non un articolo, raccogliendo le inesattezze che emergono dai testi pubblicitari. Dalle brochure. Dai siti. Escono con i numeri sbagliati. Con i nomi sbagliati. I titoli sbagliati. Gli anni di riferimento sbagliati. Escono così. Nessuno li controlla. Refusi come se piovesse, nella migliore delle ipotesi. I correttori di bozze non esistono più. Da anni. Io stessa, giovincella, lavorai in una redazione e mi misero a correggere le bozze per giornate intere. A distanza di trent’anni da allora, mi rendo conto che non ho perso l’occhio. E che ci sono migliaia di persone, immensamente più skillate, più formate di me che l’occhio non ce l’hanno. O che sottovalutano.

Chi scrive può sbagliare, anche perchè rimaneggiare lo stesso testo n. volte per migliorarlo può portare a non vedere quello che si legge, ma quello che si voleva dire. Per questo si dovrebbe farlo rivedere a qualcun altro. Qualcuno che non l’ha mai visto prima. Qualcuno che lo leggerà anche al contrario, perché la mente non lo inganni, portandolo a correggere con la mente ciò che sulla carta è sbagliato.

Si dovrebbe, ma non si fa. Ho visto brochure bellissime, ben stampate e ben confezionate, scritte malissimo. Qualche volta è evidentissimo che riportano automaticamente il testo da google translator e non si preoccupano di farlo a vedere a nessun madrelingua. Orrore!

La Teoria della Forma, Gestaldt, suggerisce che la nostra mente risolve l’incompiuto.

C’è un quadrato, ma con tre lati? Noi lo vediamo intero. Il quarto lato lo mettiamo noi. Ma questa azione inconscia ci ha distratto. Ci ha portato fuori tema. Ci ha creato uno stress. Quando la forma che richiede il nostro intervento è un errore del testo, la nostra reazione è anche di fastidio. C’è una perdita di credibilità. Alla fine, un banale refuso ha messo in cattiva luce tutto ciò che è stato scritto, e il contenuto è passato in secondo piano. Chi legge non sempre ricorderà l’errore, ma il senso di fastidio si. La sciatteria, si. Non illudetevi, un errore non passerà mai veramente inosservato.

La Gestaldt come Strategia.

Creare quella sensazione di vuoto nel consumatore può essere una scelta? Qualche volta si. Viene fatto più con le immagini che con le parole, o la’ dove la parola richiede uno sforzo per essere compiuta. Ma è uno sforzo che viene attivato opportunamente. Se io scrivo Baril e il la è nascosto da un piatto di pasta, sto facendo della Gestaldt strategy. I rebus si basano un po’ su questo principio, nel senso che attivano lo stesso meccanismo di risposta. Positivo. E’ un gioco, ed è positivo.

L’ errore genera SEMPRE una reazione negativa.

Scrivere correttamente viene considerata la base, ma io ricevo continuamente presentazioni aziendali piene zeppe di errori. Il mio professore di comunicazione visiva spiegava bene la Gestaldt ma specificava sempre, molto chiaramente, che era meglio non arrischiarsi troppo nelle strategie. Concentrarsi sul fare bene ciò che si sa fare, imparare a fare ciò che non si sa fare, e farsi aiutare da piccole facili accortezze. Io ho trasmesso ai miei allievi le stesse regole, con il Decalogo dello Scrittore Involontario:

  1. Usa periodi brevi. Più le frasi sono articolate, più è facile attorcigliarle con forme verbali audaci e rischiosissime. E spesso sbagliate.
  2. Leggi ad alta voce quello che scrivi. Se ti manca il fiato prima che arrivi al punto, taglia.
  3. Quando leggi ad alta voce, ascoltati. Ascolta la tua voce e se non ci riesci, registrati, poi ascoltati. Deve suonare bene. Deve avere un bel ritmo. Se ti risulterà difficile, è molto probabile che sarà difficile da leggere anche per il destinatario.
  4. Usa la punteggiatura correttamente. Usa solo punti e virgole.
  5. Evita il linguaggio tachigrafico. E’ molto pratico nella messaggistica veloce, ma … Ti Voglio Bene si scrive così.
  6. Allo stesso modo, usare simbolini, smiles e caratteri speciali non è opportuno in sede formale, come presentazioni e materiali pubblicitari. Avremo modo di essere simpatici e casual quando ci presenteremo di persona.
  7. Attenzione alle mail. La mail si deve considerare una sede formale. Il livello di relazione che ci lega all’interlocutore consente toni più o meno confidenziali ma, quando si scrive, la regola vale sempre: bisogna scrivere correttamente. Rileggete sempre le mail prima di spedirle.
  8. A proposito di mail, rileggete sempre la lista dei destinatari. Verificate che siano esattamente quelli che volete raggiungere. E se ci sono allegati, verificate che ci siano, e che siano quelli corretti.
  9. Usate il neretto per evidenziare ciò che ritenete importante. La soglia dell’attenzione è sempre più bassa. Bisogna segnalare i punti di interesse.
  10. Non fidatevi del correttore automatico. O meglio, non accontentatevi. Un vocabolo sbagliato nel contesto non è necessariamente sbagliato di per se’.

Beh, io avrei finito. Spero che questi piccoli consigli possano essere utili. Spero che leggiate e leggiate e leggiate perché leggere bene insegna a scrivere bene. E scrivere bene serve. Serve anche se non si è scrittori, poeti, raccontatori di storie e copywriter.

Scrivere bene è spiegarsi bene. Un ponte su cui si muovono rapporti sani e sereni. Cosa di cui abbiamo tutti un grande bisogno, dentro e fuori dall’ufficio.