Al Rondò dei Talenti, tutto suggerisce un’aperta o sottesa ricerca delle predisposizioni naturali. C’è qualcosa di magico in questo, e se Miss Peregrine fosse qui, sarebbe senz’altro d’accordo con me.

Come diceva Lucio Dalla, un anno è appena finito e un altro passerà, io mi sto preparando, ma non è una novità. Mi sto preparando ad un nuovo anno al Rondò dei Talenti di Cuneo, dove spero di poter trascorrere più tempo possibile, il più a lungo possibile. Questi ultimi mesi sono stati davvero interessanti e, benché non ne abbia parlato fino ad ora, credo sia giunto il momento di condividere con voi questa bellissima esperienza.
Prima di tutto, il Rondò dei Talenti di Cuneo è un Non Luogo, nel senso che, pur collocato nel pieno centro della città e profondamente radicato nella vita cittadina – in quanto di proprietà della Fondazione della Cassa di Risparmio di Cuneo – l’edificio è concettualmente proprietà dell’universo intero. Concettualmente, dico, perché se lo metti su un tappeto volante e lo fai viaggiare nel mondo, tutti ne vorranno un po’, almeno per un po’.

Il Rondò è stato inaugurato nel luglio del 2022 e da allora ha ospitato migliaia di persone. Bambini, studenti, nonni e studiosi, ricercatori, relatori e organizzatori di eventi, incontri, presentazioni e conferenze, distribuiti su quattro piani dedicati, in modo diverso e originale, alla valorizzazione dei talenti individuali. C’è stato un tempo in cui ho pensato al Rondò come ad una stazione, immaginando questo flusso di visitatori di passaggio come viaggiatori che vi trovano la pace di un momento, che può durare anche ore, mentre arrivano o vanno da qualche altra parte. Ma ora ho capito che non è così.
Chi frequenta questo luogo non è di passaggio. Da qualunque parte provenga, è diretto qui.
Il Rondò è un prolungamento del suo corridoio scolastico, della cameretta di casa, del locale in cui si trova con gli amici, del suo ufficio. Questa è la sintesi di un microcosmo che tanto sarebbe piaciuto a Le Corbusier, architetto che vedeva lo spazio dell’abitare strettamente connesso allo spazio del vivere, del condividere e del crescere insieme, in un’ottica di housing sociale dove ogni ricchezza individuale diventa fonte di arricchimento collettivo.
Le sale del pianterreno sono sempre piene di studenti. Si prendono il posto al tavolo e poi si fanno raggiungere dalla fidanzata, dagli amici, dai genitori. Nell’arco dell’intera giornata diventano fulcro attorno al quale fanno girare il loro mondo. Ci sono nonni e nonne che hanno preso l’abitudine di entrare, prendersi il caffè al distributore e si fermano il tempo di leggere un quotidiano. Poi ci sono sempre curiosi che entrano per chiedere informazioni. Ricordano di quand’era una banca, dov’era il bancomat. Promettono di tornare, di raccontarlo ai figli. Di portare i nipoti. Perché questo posto è per tutti, ma i bambini sono ospiti d’onore.

Sono loro, per esempio, i destinatari dei laboratori che si tengono al sabato e alla domenica pomeriggio al Piano 0, negli Spazi Bianchi. Sono completamente gratuiti e impegnano bambini di ogni età in attività che, nello spirito di giocare e divertirsi insieme, mettono in evidenza predisposizioni naturali, invitano alla riflessione e riportano il tempo dell’infanzia nella socialità e nella condivisione.
Come giocavamo da bambini anche noi, mi verrebbe da dire, da boomer… Ma non è così. Sono pensati per un pubblico che ha familiarità con strumenti tecnologici e facilità a gestirli nella vita di tutti i giorni. Questi bambini sono figli del loro tempo, e qualunque workshop sia organizzato per loro, non può prescindere da questa doppia visione della realtà, digitale e analogica. Ma scongiura il rischio tangibile che in quegli strumenti la loro vita possa cominciare e finire, esclusa da un mondo esterno che è fatto di gioco ma anche di scambio, dialogo, discussione e conflitti.

Dietro a questi laboratori c’è un incastro di professionalità specifiche, dagli educatori, agli arte-terapeuti, psicologi dell’infanzia e anche tecnici del suono, informatici, scenografi teatrali e digitali, videomaker, filosofi, giornalisti e sognatori. Artisti che portano in queste sale musica, pittura, arte, artigianato e cultura, scienza e conoscenza e persino il circo. Quello dei clown, dei giochi d’equilibrio. In questi mesi ho visto la metamorfosi dei bambini in piccoli tipografi, scienziati e pasticceri, disegnatori di piramidi egizie e creatori di stop motion, giocolieri e costruttori di minirobot. Li ho visti cantare, ballare e suonare barattoli di cartone. E incantarsi tra le fiabe raccontate da teatranti. Ascoltare e partecipare attivamente a dibattiti su fake news, sulla pace, sulla filosofia.
Nelle prossime settimane sono stati già programmati altri laboratori dove si rinnova quello stesso spirito di ricerca: viaggi alla scoperta della serigrafia, dei video e della cioccolata, delle stelle e della musica. Ed è solo l’inizio.
Ho conosciuto mamme che portano i loro figli qui regolarmente. Capisco che è un modo per tenerli impegnati, ma non è solo questo: vedono la grande potenzialità di un nutrimento per l’anima, per il cervello. Forse vedono anche quello che vedo io, l’occasione di incrociare il proprio mondo, fatto di modelli di riferimento costanti e inamovibili con altri, variabili ed inconsueti. Un improbabile amalgama di energie lontanissime che qui si fondono e aprono le menti, permettendo all’immaginazione di sfidarsi al rialzo.

Non so se questi bambini saranno toccati da queste attività, se il coinvolgimento cui assisto io è destinato ad esaurirsi, una volta tornati a casa. Se i loro genitori sapranno capitalizzare il tesoro che, come avidi cercatori d’oro, ogni volta che varcano quella soglia, i loro figli vengono a setacciare.
Non lo so ma mi piacerebbe che si. Mi piacerebbe che questi fossero tutti semi che vengono piantati, e che altri smuoveranno il terreno ed altri ancora innaffieranno. Così tante piccole piantine di cultura varia e variopinta cresceranno e, anche se non possiamo sapere quali, è ragionevole pensare che dei frutti e dei fiori ci saranno, che coloreranno e renderanno migliore la loro vita, la famiglia e la società.
“È come la pioggia che cade dalla grande nube su tutte le piante, gli alberi, la boscaglia, i cespugli e le erbe medicinali. Ognuna di esse, a seconda della propria specie e natura, riceve per intero la propria dose di umidità e può germogliare e crescere” (Il Sutra del Loto, “la parabola delle erbe medicinali”).
Questo è l’augurio che ho per questi fortunati bambini, il nostro futuro. E per noi che proviamo con piccole e grandi cose a lasciare un segno del nostro passaggio nel mondo, anche attraverso loro.
Buon anno a tutti e tanti tanti tanti cari auguri.









































































